• Elisabetta Ruzzon

Dalla parte della mamma


Mamma, donna, ma anche moglie, compagna, figlia.

Nel corso della propria vita una donna vive e sperimenta emozioni e situazioni diverse, solitamente scandite dalle diverse età.

Una mamma è stata una figlia, i ruoli si scambiano, le esperienze vissute possono rinsaldare i rapporti o possono anche allontanarli ed i condizionamenti famigliari ed ambientali influiscono profondamente sui vari ruoli di una donna. Uno dei passaggi femminili più incisivi resta la maternità che per quanto esistano delle linee comuni, ogni donna vive con la propria personalità, con il proprio bagaglio esperienziale, con gli avvenimenti, positivi o negativi, che il corso della vita le riserva.

Quanto una donna è in grado di conciliare il suo carattere, la sua personalità con l’importante impegno della maternità? Quanto una mamma “è brava”? e chi può sentenziare l’adeguatezza di una mamma? Forse solo i figli, con la maturità di persone adulte, possono riconoscerne l’importante relazione? Quando una mamma può sentirsi completamente appagata da questo ruolo?

Un’etimologia non certa della parola mamma vorrebbe ricondurla alla parola mammella, ma questa ipotesi viene scalzata da una logica semplice che vede il neonato sperimentare la sua lallazione con consonanti e vocali di base come “ma”. Non a caso l’assonanza della parola mamma viene confermata da una condivisione universale dove, nella declinazione delle migliaia di lingue nel mondo, ha una radice e base comune. Mamma si potrebbe proprio definire una parola di origine naturale, spontanea e che resta per sempre nella vita di ognuno di noi, mamma è una parola forte, una parola importante, sempre la prima parola del neonato e in moltissimi casi è anche l’ultima parola in punto di morte. Ma dentro questa parola c’è un ruolo importantissimo nella vita degli umani e nella vita di tantissimi esseri viventi.

La genitrice, non solo dà la vita, ma se ne prende cura fino alla maturità e all'autonomia di quella vita. Un lungo percorso quello della mamma che inizia dal concepimento, attraversa i nove mesi di gestazione, si concretizza con la nascita del figlio e che prosegue con l’accudimento, la protezione, l’educazione. Un percorso che dura tutta la vita, perché anche quando il figlio raggiunge la piena maturità ed autonomia, non cessa di “esercitare” il suo ruolo nei confronti di quella vita che ha generato.

L’impegno di una mamma deve conciliarsi con tutto quello che richiede il vivere quotidiano: il lavoro, i rapporti sociali, la vita di coppia, i ruoli famigliari e non da ultimo l’imponderabilità della vita che alle volte potrebbe incidere profondamente sull'intero essere mamma. Tutto ciò influisce profondamente in qualsiasi donna-mamma e riuscire a mantenere in armonia il rapporto materno con i propri figli al di là di ogni evento, è estremamente complicato e difficile.

Uno degli eventi che spesso mettono a dura prova l’inizio della maternità è proprio il parto pretermine o un parto a rischio, dove il nascituro è fin da subito in pericolo di vita ed è fragilissimo. Diventare mamma di un piccolissimo bimbo ricoverato alla nascita in un reparto di terapia intensiva neonatale, TIN, e che dipende da una “macchina salvavita”, è difficilissimo. Medici ed infermieri si prendono cura di lui, strumentazioni sofisticate lo fanno respirare, lo alimentano, lo monitorano, la culla termica mantiene la temperatura e l’umidità, il nido di contenimento riproduce l’utero materno.

Cosa ci fa una mamma dentro una TIN se per la sopravvivenza e la maturazione del suo bimbo ci pensano il personale sanitario e le strumentazioni? La sua pancia non serve più, il suo seno non può essere succhiato, le sue braccia non possono stringere e cullare. Una settimana, un mese, tanti mesi. Quanto si sente in colpa una mamma per aver partorito prima del tempo e per non poter accudire il proprio bambino?

Il difficile percorso di una nascita prematura non è solo quella del bambino, ma lo è anche per la mamma che si trova di fronte ad un evento inaspettato ed innaturale, dove la maturazione sia psicologica che fisica non è ancora stata completata nemmeno per lei. Come è possibile sentire la completezza di una maternità senza poter accudire completamente il proprio bimbo, o peggio ancora senza una la concretezza di una vita futura?

Diventa determinante il compito degli operatori sanitari della TIN nell’accompagnare una mamma a ricongiungersi con il proprio bimbo, nonostante un ambiente altamente medicalizzato, nonostante le criticità dello stato di salute, nonostante la promiscuità di persone e di ruoli. Medici ed infermieri formati sono in grado di guidare, considerare, valutare, apprezzare, esaltare, quanto il ruolo della mamma può essere necessario e determinante per la cura del proprio figlio. In neonatologia si chiama Family Centred Care, un termine che significa presenza dei genitori, significa nutrizione con latte di mamma, significa kangaroo mother care, significa una cura genitoriale costante ed indispensabile al pari della cura clinica e medica.

La mamma che porta a casa il suo piccolo dopo mesi di terapia intensiva neonatale, potrebbe essere più apprensiva, più fragile ed insicura, potrebbe sentirsi diversa dalle altre, sola, addolorata, preoccupata per il futuro. Ma tutto ciò non significa che non sappia ricoprire il proprio ruolo di mamma nel migliore dei modi, con grande competenza e consapevolezza delle difficoltà che ha incontrato e che incontrerà.

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Non è l’età gestazionale della nascita del figlio che rende una mamma più o meno idonea, più o meno competente, più o meno adeguata. Di certo è che questi piccoli e fragili bambini sono “Amati Prima”, prima della loro nascita naturale di nove mesi e forse questo potrebbe diventare un grande privilegio per entrambi. In questi momenti in ogni donna emergono le giuste risorse e una resilienza inaspettata che infondono speranza e coraggio, resistenza e forza, magari non da subito, ma che si manifesteranno nel tempo e consolideranno l’essenza del femminile e la piena coscienza dell’importanza di una madre.

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