• Amati Prima

Ascoltiamo Margherita





Riportiamo questa toccante testimonianza che ci fa vivere così intensamente i momenti più difficili di un parto pretermine. Ma leggendola si prende coscienza che c’è molto di più che concorre a rendere altamente traumatico questo evento. Siamo in tempo di Covid dove la parola “intubazione” è sinonimo di gravissimo pericolo di vita e quando si dice questa parola ad una mamma il cui piccolo è appena nato, viene spontaneo pensare all’estrema incertezza del futuro del proprio figlio.

Un’estrema incertezza che incombe sulla mamma e sul papà e che non facilita certo un normale percorso di attaccamento e genitorialità tanto auspicato e esaltato nei vari corsi pre-parto. Nelle parole di Margherita si percepisce il fortissimo disinganno dei corsi pre-parto, così standardizzati, così uniformati nell’imporre dei modelli eccellenti di come avverrà il parto, di come bisogna allattare, di come ci si deve sentire. Con un parto pretermine non avviene assolutamente nulla di quanto esposto nei corsi e non ci si deve stupire quindi se una donna che ha partorito un piccolissimo di qualche etto, possa sentirsi una madre inadeguata perché non può allattare il proprio bimbo, cullarlo, accarezzarlo.

Margherita è anche consapevole del determinante ruolo del papà, che non è un semplice ruolo di supporto, la sua partecipazione e presenza diventa estremamente necessaria sia prima del parto che dopo il parto. In questo periodo di pandemia il papà è stato considerato come una presenza “accompagnatoria” a cui era possibile rinunciare, ma si è incorsi in un gravissimo errore, quello di considerare i neo genitori come due persone diverse, mentre nella realtà sono una coppia non divisibile, che per consolidare una adeguata genitorialità, deve vivere tutto il percorso neonatale all’unisono.

In un periodo come questo dove tanto si parla di inclusione, di attenzione nei confronti della diversità, del “politically corret”, è mai possibile che non si possano trasferire le corrette, adeguate ed esaustive informazioni anche nel campo della natalità?




Ti guardo mentre dormi sereno con la tutina che avevo scelto per il tuo primo giorno di vita, quella con cui volevo che ti portassero a me dopo averti lavato, visitato e accertato che fosse tutto a posto. Invece questa tutina non ti sarebbe andata bene il giorno in cui hai deciso di nascere. Sarebbe stata enorme. Sei nato prima amore mio, un “late preterm” in quel gergo che non conoscevo e che ho imparato nel giro di pochi giorni. Quando sei nato, ti ho visto solo una manciata di secondi. Nel giro di pochi istanti ho sentito il tuo peso non più dentro la mia pancia ma sopra, ero incredula dall’emozione e allo stesso tempo pietrificata perché non piangevi. Come si vede nei film, ho iniziato a dire “perché non piange perché non piange?!” Non ho avuto nemmeno il coraggio di abbracciarti. Ti ho toccato una manina, minuscola, e ho sentito un piccolo gemito flebile come un gattino appena nato che non dimenticherò mai. Era il tuo tentativo di piangere, ma non ci sei riuscito. Subito ti hanno portato via d’urgenza in TIN (terapia intensiva neonatale), col tuo papà che ti ha seguito in preda all’angoscia. Ma…a me avevano detto che quando nasce, il bimbo rimane due ore sul petto della mamma per fare il pelle a pelle (o “skin to skin”, per utilizzare quel gergo così sofisticato e così sterile), per sentire vicendevolmente i propri odori, per creare subito quel legame indissolubile, per essere attaccati al seno in modo che possa partire l’allattamento… Ero preparatissima: avevo studiato, sapevo tutto, ero preparata al post parto. Credevo di esserlo! Invece ho scoperto di essere preparata per UNO dei tipi di post parto, quello da manuale. Quello in cui va tutto bene, quello che “se hai una contrazione di un minuto ogni cinque minuti per almeno due ore, allora è il momento di partire per andare in ospedale”. Lo avevo perfino appeso al frigorifero per non dimenticarmelo. Invece si sono rotte le acque e il travaglio non partiva, dopo 24 ore mi è stata fatta l’induzione (Fettuccia? Ossitocina in vena? Cos’è? Chi sapeva niente?) e sei nato 36 ore dopo la rottura del sacco. Non respiravi, eri cianotico e ipnotico, ti hanno subito rianimato e intubato, ricoverato in TIN. In tempo di covid, in cui siamo abituati ad associare la parola “intubato” a morte praticamente certa, una mamma che è stravolta dal parto e che sente queste parole riferite al suo bambino entra in un territorio fino a quel momento sconosciuto fatto di angoscia, smarrimento e paura. Succede tutto così velocemente che non ti rendi conto di nulla. Non realizzi. Un attimo prima urli e spingi e un attimo dopo il dolore fisico sparisce per lasciare spazio al dolore emotivo, mille volte più pesante e difficile da gestire perché non si vede, lo senti solo tu. Tutte le emozioni si congelano e rimangono intrappolate in fondo al cuore. La commozione viene scalzata via dall’angoscia e dalla delusione. Non è così che doveva essere. Dopo le due ore di controllo post parto sono stata portata in stanza in degenza, dove c’era una mamma che aveva partorito una bambina il giorno prima. Che bella, cara, che visino dolce, che manine! Bellissima…come si chiama? Il mio si chiama Armando ed è in terapia intensiva…ah caspita e come sta? Non lo so…è nato tre ore fa…mi diranno qualcosa domani mattina. E ho dormito. Stremata, e inconsapevole. Come si può dormire sapendo che tuo figlio è in terapia intensiva e null'altro? Non si può. Invece le mamme tin, scaraventate in un tunnel buio, non capiscono. Non sanno, non pensano, non reagiscono. Sono in un limbo, totalmente impreparate, confuse e smarrite. Come se andassi a fare un esame di filosofia e ti chiedessero i principi della termodinamica. Ed è questo che è successo a me, una persona che preferisce sapere piuttosto che non sapere, che preferisce lo schiaffo della verità piuttosto che la carezza della bugia. Se conosco, so come reagire e affrontare. Se non conosco, non posso intervenire. “Eh ma se al corso preparto parlano di prematurità, terapia intensiva e via dicendo, le mamme si spaventano…” certo, allora lasciamo pure morire di paura i genitori ai quali succede! Ti fanno una testa così con l’importanza dell’allattamento al seno, il latte materno è il miglior nutrimento per il tuo bambino, nessuna non ha latte basta il giusto stimolo del seno e un attacco corretto del bambino…il mio seno invece è stato attaccato a un tiralatte elettrico, freddo, sterile e asettico. Sapevo della sua esistenza perché mi era comparso tra i suggerimenti per la lista nascita, e quando ho chiesto informazioni all’ostetrica che teneva il corso mi è stato risposto “non preoccuparti, ti informerai nel caso ti servisse, se attacchi subito il bambino e lo attacchi in continuazione vedrai che la montata lattea arriva”. Si ma…se il bambino non è con me ed è attaccato a tubi e tubicini dentro in culla termica invece che al mio seno? Io dovevo vederti vestito da orsetto bianco…invece ti ho visto nudo, solo col pannolino, rannicchiato come se fossi ancora dentro la pancia invece eri dentro l’incubatrice che respiravi a fatica con un tubo nel naso, uno nella gola e uno all'ombelico, i sensori sul petto per monitorare il cuore e uno sulla manina per la saturazione, due calzini come guantini e un cappellino verde speranza. Non è così che lo avevo immaginato. Non pensavo che invece di offrirti il mio seno, quello che ho potuto fare è stato solo accarezzarti la fronte con un dito, stando attenta a non tirare quei fili che invece di legarti a me ti legavano a un monitor. Quando ho potuto prenderti in braccio per la prima volta dopo una settimana, l’emozione è stata così forte che mi sono sentita fisicamente male. E adesso cosa faccio? Come devo tenere questo fagottino così piccolo e indifeso? Cosa devo fare per non fargli male? Come accudire un bimbo prematuro? Nonostante fossi in TIN, eri uno di quelli “messi meglio”. Il tuo peso era accettabile (2,240 kg), le settimane erano 36, insomma se non fosse stato per le difficoltà respiratorie saresti stato in camera con me. Per questo le infermiere badavano di più ai bimbi più gravi di te, ma io mi sono sentita completamente sola e abbandonata. Sola, perché poteva entrare un genitore alla volta, e io e il tuo papà siamo stati privati della gioia di guardare nostro figlio insieme per la prima volta; abbandonata, perché non mi è stato detto quasi nulla. Poco delle tue condizioni, poco su come “gestirti”. Grazie al cielo nell’anticamera della sala dove prima di vederti dovevamo mettere copriscarpe, cuffia, camice, mascherina, disinfettare mani e cellulare, ho visto un manifesto dell’associazione Pulcino, associazione a sostegno delle famiglie dei bambini nati prematuri o ricoverati in tin. Mi sono salvata il numero e l’indirizzo mail. Quando sono stata dimessa dall’ospedale e sono tornata a casa senza di te, percorrendo il viale pieno di ciocche azzurre, sono scoppiata in un pianto profondo, doloroso, atavico. Sembrava tutto surreale. L’ultima volta che sono uscita da qui avevo la pancia, ora non ce l’ho più ma è tutto come prima, a casa siamo sempre solo in due. Ho fatto come mi hanno detto: ho tirato il latte ogni tre ore ma niente, la montata lattea non è mai arrivata. “Non preoccuparti, può succedere, non è colpa tua, non farne una malattia, cresce bene lo stesso anche con latte artificiale”. Ma se al corso ci avete fatto una testa tanta dicendoci tutto l’opposto? Mi sono sentita inutile, incapace di nutrire il mio bambino. Non riuscivo ad accettare di non avere latte. Mi vergognavo a portarti quei 40 ml raccolti in una giornata, che tu facevi fatica a mangiare perché non sapevi ancora come fare, e che ti venivano somministrati in pochi secondi attraverso il sondino. Sudore, lacrime e latte dissolti in pochi istanti attraverso un tubicino. Non hai nemmeno gustato il sapore del latte della tua mamma. Tutto questo provoca una sola grandissima conseguenza: la difficoltà di rendersi conto di essere diventata mamma, che quella creatura è il tuo bambino, tuo figlio, un pezzo di te che non sarai mai più sola. Già non è immediato, in queste condizioni diventa addirittura difficile. E’ per questo che abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di sostegno e di qualcuno che ci guida. Quando ho scritto all’associazione Pulcino, sono stata chiamata nel giro di pochi giorni. Sapere che è un’associazione fatta da mamme volontarie che hanno vissuto l’esperienza della tin mi ha fatto riprendere il fiato. Allora non succede poi così di rado…No, non è raro, anzi. Ho scoperto che è più frequente di quanto pensassi. Parti pretermine, cesareo d’urgenza, ricoveri, interventi neonatali…un mondo sommerso di cui nessuno parla. Questo è profondamente, concettualmente e irrimediabilmente sbagliato. Non esistono solo le situazioni standard, la cosiddetta “maggioranza”. Esistono anche le situazioni non convenzionali, gli imprevisti, le minoranze, le eccezioni. E’ su questo che la nostra cultura pecca di disinformazione, di ignoranza e di impreparazione. Non basta la giornata mondiale della prematurità, non serve a nulla se non diventa uno degli argomenti dei corsi preparto. E concludo nominando una figura che in tutto ciò viene completamente dimenticata: il PAPA’. Che si trova ad affrontare due drammi: quello del bambino, e quello della mamma. Ha due pesi da gestire, ha le sue emozioni da congelare inevitabilmente per sostenere la mamma la cui fisiologica fragilità post parto è aggravata di tutto quello di cui sopra. Nessuno si ricorda di questo, c’è sempre la mamma in primo piano. Certo, sappiamo tutti che la situazione è diversa, per ovvi motivi. Ma è ora di dare il giusto valore alla figura del padre, che certo non farà crescere il proprio bambino dentro alla sua pancia, ma lo fa crescere giorno dopo giorno dentro al suo cuore. Si trasforma anche il papà in quei nove (o forse meno) mesi. Anche il papà ha delle aspettative che vengono di colpo spazzate via. Perché assieme a un bambino nascono anche una mamma e un papà. Tutti e tre abbiamo lottato ogni giorno con fiducia e col sorriso, perché nonostante tutto, nonostante la difficoltà, la paura, il senso di impotenza, quello che ci ha fatto forza è stato vedere che da quando sei stato tra le nostre braccia hai fatto piccoli ma costanti progressi ogni giorno. Hai imparato a ciucciare il biberon 5 ml alla volta, e sembrava volessi dirci grazie mamma e papà che siete qui con me e avete pazienza, ce la farò! Verrò a casa con voi prima di Natale! E così è stato, ti hanno dimesso il 22/12, e sei stato il regalo sotto l'albero più bello di tutta la nostra vita. Una cosa voglio dire ai genitori che vivranno questa esperienza in tin: sarà il primo sorriso, il primo sguardo, il primo contatto con quel frugoletto indifeso, che spazzerà via ogni ricordo amaro e dipingerà tutto con nuovi colori. E’ così che dopo tre mesi stiamo uscendo dal tunnel, con tutte le parole che sono dentro ai tuoi occhi così profondi e intensi piccolino nostro. Non parli ancora, ma io capisco tutto quello che vuoi dirmi. Finalmente io e te bambino mio. Finalmente noi, famiglia di guerrieri. Insieme, siamo una forza della natura.


 

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